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Spesso si parla di mining, di staking…ma è tutto qua il Consensus Blockchain?

Andiamo con ordine e definiamo prima di tutto l’importanza di validare la Blockchain e di poter archiviare dati in essa in maniera sicura e presumibilmente immutabile.

Il primo metodo inventato è stata la Proof of Work, PoW, per gli amici detta anche Mining. In questo caso vengono svolti calcoli computazionali complessi, e a complessità crescente nel tempo mano a mano che l’ “estrazione” di nuove monete avanza. Svolgere molti calcoli al secondo (misurati in Hash/s) permette una risoluzione del problema in un tempo congruo. Una volta risolto il blocco, deve poi essere validato e confermato dalla maggioranza dei nodi della rete, che non dovendo più risolvere il problema “alla cieca”, utilizzano la soluzione proposta dal presunto risolutore del blocco per verificare al primo tentativo se effettivamente la soluzione sia idonea.

Il secondo è la Proof of Stake, PoS, per gli amici detta anche Staking introdotta nel 2011. La differenza sostanziale dalla PoW è che il potere di validazione nella PoS viene determinato dal numero di monete conservate nel proprio Wallet, da quanto tempo sono congelate e una componente casuale che rende meno monopolizzabile il processo. A mio parare, Ethereum è l’esempio più chiaro di passaggio da PoW a PoS. Con l’aggiornamento Costantinopoli, Ethereum ha fatto un passo chiaro verso la PoS, riducendo la reward per la risoluzione del blocco da 3 ETH a 2 ETH. Con l’aggiornamento Casper, avverrà il definitivo passaggio alla Proof of Stake, dove il mining di Ethereum non sarà più possibile.

Quali Evoluzioni sono stati proposti in seguito a questi due metodi?

Il primo è la Delegate Proof of Stake, DPoS. La Proof of Stake, utilizzata in pratica tramite dei Representative/Super Representative/Delegate che convogliano il potere di voto del singolo utente in gruppi di voto. Il vantaggio è sicuramente la velocità di approvazione della Blockchain, anche se sicuramente ne va a risentire la decentralizzazione dell’approvazione, in quanto grandi gruppi di voto, secondo la teoria delle probabilità, sono più facilmente “accordabili”, rispetto ad una massa di small voters. Il meccanismo di controllo, comunque, esiste, e nel caso di tentativi di gioco sporco da parte di un Representative, la rete dei nodi puliti può metterlo fuori gioco velocemente.

Il mining ha avuto anche una buona integrazione con la Delegate Proof of Work, dPoW. Questo metodo è stato creato dalla moneta Komodo, sfruttando la potenza di calcolo impiegata sulla blockchain di Bitcoin per aumentare la sicurezza della propria rete. Il vantaggio è che con questa integrazione, l’ecosistema di Komodo può accogliere anche altri progetti all’interno del suo network, offrendo questo servizio.
Il blocco selezionato allo scopo ha di solito almeno 10 minuti di vita, così da essere sicuri di prendere dei nodi già validati.

Un’alternativa meno dispendiosa al mining è la Proof of Burn, PoB. In questo caso, devono essere bruciati dei token per acquistare della potenza di calcolo virtuale e sviluppare così mining senza consumo di elettricità. Come nel mining, chi investe denaro ha interesse che tutta la rete lavori correttamente e in maniera pulita, nel PoB l’analogia è simile anche se l’investimento non ha più forma di strumentazione per il calcolo, quanto più di token bruciati.

Un altro sistema è la Proof of Authority, PoA. Lo reputo un pò debole come metodo, in quanto i validatori vengono scelti in base alla loro credibilità, parametro del tutto arbitrario. Chi si candida a validatore di blocco deve identificarsi, essere disposto a investire dei soldi per le strutture di validazione e di blocco delle monete. La difficoltà per diventare un validatore dovrebbe dunque ostacolare i tentativi dei cosiddetti “furbetti” nel diventare eleggibili, creando una sorta di impegno duraturo nel tempo per gli eletti.

E la Blockchain di IOTA?

Tecnicamente abbiamo già visto che non è definita Blockchain, in quanto digitalmente non è una catena di blocchi, quanto più un’approvazione asincrona delle transazioni. Ogni mittente di IOTA infatti, per inviare le monete, deve validare altre due transazioni precedenti, mediante una Proof of Work a difficoltà molto bassa.
A differenza del rischio crescente di centralizzazione del Hashpower nei grossi pool di calcolo, IOTA si mantiene molto decentralizzata come metodo validativo

Quali i migliori? Ai posteri l’ardua sentenza.

In un altro articolo, che vi linkerò nei prossimi giorni, vado a dare una visione di quelli che secondo me sono i Pro e Contro di ogni metodo.

La partenza è ciò che ferma la maggior parte delle persone

Mike Zillo


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